Citius, Altius, Fortius: l’eco della rinascita di Moggio a cinquant’anni dal sisma
Le diverse discipline dell’atletica, ed in particolare la corsa in montagna, consentono agli atleti che le praticano di unire momenti di grande intensità ad altri di “interminabile” attesa, momenti di gioia ad altri di bruciante dolore e fatica, manifestazioni affollate ad allenamenti solitari in cui la solitudine può farla da padrone. Ciò crea in questi atleti una predisposizione particolare alla riflessione, all’analisi accurata e all’attenzione ai particolari. Per questa ragione siamo certi di cogliere l’apprezzamento di tutti gli atleti e degli accompagnatori presenti in questa nostra bellissima cittadina, se come Gruppo Atletica Moggese abbiamo deciso di organizzare questo campionato nazionale giovanile di corsa in montagna per ricordare il cinquantesimo anniversario del terremoto del 6 maggio 1976.
Quella sera ebbe inizio in Friuli una delle sequenze sismiche più forti e devastanti della seconda metà del Novecento in Italia. L’evento principale avvenne alle ore 21 e raggiunse un valore di magnitudo pari a 6.5 della scala Mercalli, fra i più alti mai registrati nell’Italia settentrionale. La scossa interessò circa 120 comuni delle province di Udine e di Pordenone, per una popolazione complessiva di circa 500.000 persone. Gli effetti più distruttivi si ebbero nella zona a nord di Udine lungo il medio corso del Tagliamento, dove interi paesi e cittadine subirono estese distruzioni; fra questi Gemona del Friuli, Forgaria nel Friuli, Osoppo, Venzone, Trasaghis, Artegna, Buia, Magnano in Riviera, Majano, solo per citarne alcuni.
L’estensione dell’area colpita fu di circa 5.000 km². Morirono 965 persone e altre 3.000
rimasero ferite. Complessivamente furono distrutti oltre 17.000 edifici e circa 200.000
persone persero la casa.
Da quell’evento si sono succedute generazioni di cittadini e innumerevoli cose sono mutate, tuttavia per tutte le comunità friulane colpite dal sisma del ’76 quel momento ha costituito uno spartiacque che ha segnato la Storia del Friuli con un “prima” e un “dopo” il terremoto. Anche quanti sono nati successivamente non possono che essere, e sentirsi, figli di questo evento. Troppo intense sono state le prove a cui le nostre comunità sono state sottoposte per non lasciare segni e ricordi indelebili.
Per aiutare a capire l’intensità dei sentimenti che ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, albergano nei cuori dei moggesi ci vengono in aiuto le parole di Carlo Treu. L’allora Sindaco, descrivendo con particolare enfasi la drammaticità di quei momenti, così raccontava, in occasione del trentesimo anniversario del terremoto: “La giornata di quel giovedì 6 maggio 1976 trascorse tranquilla, in paese, come tante altre di quel bell’inizio di primavera, piuttosto precoce e calda. Verso sera, alle ore ventuno, la terra ebbe un sussulto: il terremoto! La scossa, pari a 6,4 gradi della Scala Mercalli, fece oscillare lampadari, scuotere mobili, provocando anche qualche crollo. Buona parte della gente impaurita uscì fuori all’aperto e non si era nemmeno ripresa dallo spavento quando, a distanza di meno di un minuto, preceduta da un forte boato e da una folata di vento caldo, si verificò una seconda scossa d’intensità pari a nove gradi: la terra cominciò di nuovo a tremare con inaudita violenza per ben cinquantasei secondi. Fu uno scrollone interminabile, un frastuono assordante. La luce nelle strade e nelle case venne subito a mancare; interrotte pure le comunicazioni telefoniche. L’oscurità della notte venne squarciata da apocalittici bagliori, provocando uno spettacolo terrificante. Le case della vecchia Moggio stavano andando in frantumi, creando sinistre colonne di fumo. I nostri concittadini stavano subendo la tragedia più spaventosa della loro vita.”
Quei momenti di interminabile terrore furono seguiti dalla disperata ricerca dei parenti e dallo strazio di quanti persero i loro cari a causa dell’Orcolat (il mostro che la tradizione popolare friulana indica come causa dei terremoti). Quattro furono le vittime e molti i feriti ricoverati negli ospedali. Il mattino seguente al sisma principale quei volti stanchi e smarriti, che si misero a fare la conta dei danni (la gran parte degli edifici risultavano distrutti o gravemente danneggiati), avevano tuttavia in cuor loro già il seme del riscatto. Una volta ultimata la primaria necessità di recuperare le salme e soccorrere i feriti le autorità moggesi provvidero alla sistemazione e all’assistenza di tutti gli abitanti, la maggioranza dei quali rimasta senza tetto o con la casa inagibile. Come ci ricorda Carlo Treu, gli Alpini della locale caserma, sostenuti in questo da un moto spontaneo della popolazione, per tutta la notte si prodigarono a distribuire coperte e bevande calde, e si iniziarono a piantare delle tende nelle varie zone del paese e delle frazioni. Con il reciproco aiuto di tutti i cittadini e lo spirito di solidarietà sbocciato immediatamente vennero create delle nuove contrade: le tendopoli.
Già nei giorni successivi la vita della comunità moggese, seppur stravolta dagli eventi accaduti, iniziò a rinascere. Il consiglio comunale venne immediatamente convocato (in una corriera, visto che non c’era altro posto per radunarsi) per prendere le prime decisioni sul futuro di Moggio. Il nostro paese si contraddistinse fin da subito per lungimiranza ed agli amministratori fu chiaro che lo slogan “dalle tende alle case” non era realizzabile. Furono in quei momenti che si posero le basi per non cadere nelle braccia di quella chimera e di prospettare il migliore futuro possibile per la popolazione vista la drammaticità degli eventi.
Anche il mondo lavorativo non si diede per vinto. La sirena del Cartificio Ermolli, principale realtà occupazionale del paese, già pochi giorni dopo il sisma riprese a scandire regolarmente i ritmi degli orari di lavoro. Pur se le strutture avevano subito ingenti danni, i macchinari rimasero indenni e le maestranze seppero velocemente rimettere in piedi la fabbrica, la fonte principale di vita e di sopravvivenza del paese.
Pur se sotto un’altra forma, la vita di Moggio rinacque. In alcune tende o in strutture di fortuna riaprirono le attività commerciali. Un grande tendone fu la sede della scuola materna ed allo stesso modo si iniziarono delle attività per i fanciulli delle scuole elementari. Il conforto religioso venne garantito con delle messe all’aperto nelle varie tendopoli.
Nel frattempo a Moggio, come in tutto il resto del Friuli terremotato, iniziarono ad arrivare numerosi volontari, che in forma organizzata o meno, sostennero in ogni modo la popolazione locale. Esemplare in tal senso è stato l’aiuto portato dagli Alpini in congedo delle nove Sezioni del Piemonte e della Valle d’Aosta, i quali stabilirono a Moggio il Campo A.N.A. n.7. Quasi 600 volontari si avvicendarono da giugno a settembre in turni di lavoro per la riparazione delle case danneggiate. Le repliche sismiche di settembre purtroppo compromisero parzialmente il lavoro svolto, ma la loro presenza, come quella di tutti i volontari, servirono ad infondere coraggio e speranza anche nei momenti più difficili.
La grande preoccupazione, nel corso dell’estate ’76, fu quella di trovare una adeguata sistemazione per le famiglie prima del sopraggiungere dell’inverno. Con una visione lungimirante dell’amministrazione, con le offerte pervenute da ogni parte d’Italia e del mondo e con l’aiuto di volontari moggesi e di tanti soccorritori, venne dato il prima possibile l’avvio alla costruzione delle prime casette in legno. A questa iniziativa è bello ricordare, per far percepire lo spirito di solidarietà che il terremoto generò, la solidarietà di una giovane coppia di sposi, venuti in viaggio di nozze a Moggio per portare aiuto e sostegno alla nostra gente. Questo spirito di iniziativa unito all’arrivo, nel primo autunno, dei prefabbricati della Regione, consentirono al nostro Comune, unico della zona terremotata, a non dover subire l’esodo in massa verso il litorale adriatico, rimanendo una comunità viva e operosa sul proprio territorio anche durante l’inverno.
Queste buone basi di partenza consentirono negli anni successivi, grazie anche all’opera insostituibile delle innumerevoli schiere di volontari accorsi anche dall’estero (Austria, Germania, Belgio, Svizzera, Olanda), di pianificare al meglio la ricostruzione. Nonostante ciò il percorso della ricostruzione fu complesso e faticoso, ma il risultato conseguito da Moggio e da tutti i paesi dell’area terremotata fu così lodevole che ancora oggi in tutta Italia e tutto il mondo si parla del “modello Friuli”.
Il terremoto, naturalmente, travolse anche il Gruppo Atletica Moggese. Atleti e dirigenti si impegnarono quasi totalmente nella ricostruzione delle proprie case ma nonostante la grave situazione, riuscirono comunque a continuare l’attività sportiva pur tra mille difficoltà. Nello stesso anno, 1976, una valida atleta moggese si aggiudicò il titolo di campionessa regionale juniores nel lancio del giavellotto; questa vittoria sportiva rappresentò per l’Atletica Moggese un forte simbolo di rinascita e di ritrovata speranza nel futuro.
Anche dalla memoria di questa speranza, espressa in quei momenti drammatici, è nato il desiderio di proporre il nostro paese come sede per questa edizione del campionato italiano giovanile di corsa in montagna. A cinquant’anni da quella terribile notte il nostro pensiero va alle vittime del terremoto. Con la medesima emozione, come sodalizio, beneficiamo di questa occasione per rinnovare il ringraziamento a quanti in ogni modo aiutarono la nostra comunità moggese. Le giornate di sport, che in questi giorni ci appresteremo a vivere, sono anche esse figlie di quell’impeto di rinascita ed è con quell’orgoglio e quella fiducia nelle potenzialità insite in ogni essere umano che auguriamo a tutti gli amici sportivi presenti a Moggio di fare proprio il motto caro a de Coubertin: “Citius, Altius, Fortius”.
