A trent'anni dal terremoto 1976 - 2006 - Gruppo Atletica Moggese a.s.d.

Vai ai contenuti

Menu principale:

A trent'anni dal terremoto 1976 - 2006

Campionati Italiani Corsa in Montagna Moggio 21.05.06
Moggio disastrato dal sisma.

La giornata di quel giovedì 6 maggio 1976 trascorse tranquilla,in paese, come tante altre di quel bell’ inizio di primavera, piuttosto precoce e calda. Verso sera, alle ore ventuno, la terra ebbe un sussulto: il terremoto! La scossa, pari a 6,4 gradi della Scala Mercalli, fece oscillare lampadari, scuotere mobili, provocando anche qualche crollo. Buona parte della gente impaurita uscì fuori all’aperto e non si era nemmeno ripresa dallo spavento quando, a distanza di meno di un minuto, preceduta da un forte boato e da una folata di vento caldo, si verificò una seconda scossa d’intensità pari a nove gradi: la terra cominciò di nuovo a tremare con inaudita violenza per ben cinquantasei secondi. Fu uno scrollone interminabile, un frastuono assordante. La luce nelle strade e nelle case venne subito a mancare; interrotte pure le comunicazioni telefoniche. L’oscurità della notte venne squarciata da apocalittici bagliori,provocando uno spettacolo terrificante. Le case della vecchia Moggio stavano andando in frantumi, creando sinistre colonne di fumo. I nostri concittadini stavano subendo la tragedia più spaventosa della loro vita. Indescrivibili le scene di panico e di terrore; un fuggi-fuggi generale, ognuno alla disperata ricerca dei parenti. La polvere sollevata dai crolli andò lentamente adagiandosi, coprendo il paese ed i prati di una spessa patina biancastra, mentre altre scosse di minore intensità, ma chiaramente avvertibili, si susseguirono senza tregua nel corso della lunga interminabile notte di terrore. Alle prime luci dell’alba del giorno successivo si ebbe netta la sensazione dell’immane disastro capitatoci addosso. Le impressionanti cicatrici balzarono ai nostri occhi in tutta la loro cruda realtà: case distrutte o gravemente danneggiate per il 90%. Volti stanchi e smarriti, gli occhi arrossati dal pianto e dalla fatica per una notte trascorsa in una frenetica lotta contro le forze scatenate della natura. Indescrivibile lo strazio dei familiari privati per sempre dell’affetto dei loro congiunti, rimasti vittime di quella mortale sferzata. Quattro i morti, molti i feriti, trentotto ricoverati negli ospedali, alcuni dei quali in gravi condizioni. Dopo il primo smarrimento, ultimata l’opera pietosa del recupero delle salme e quella di soccorso ai feriti, si provvide alla sistemazione e all’assistenza di tutti i 2450 abitanti, la maggioranza dei quali rimasta senza tetto e tanti altri con la casa inagibile. Gli Alpini della locale caserma, al comando del Cap. Bruno Job, per tutta la notte si prodigarono a distribuire coperte e bevande calde, e con l’aiuto spontaneo della gente cominciarono a piantare le tende nelle varie zone del paese e delle frazioni. Ognuno fu costretto a trasferirsi d’un colpo in una tenda, in una nuova contrada: la tendopoli. Una vita dura e scomoda, il tutto poi aggravato dalla necessità della coabitazione e dalla precarietà igienico - sanitaria. Utile e provvidenziale fu il tempestivo intervento dei Gruppi C. B., giovani giunti da ogni parte, che, con le loro apparecchiature ricetrasmittenti, mantennero i contatti fra il centro e le frazioni. Ammirevole fu in quei giorni lo spirito di solidarietà e di aiuto vicendevole sbocciato indistintamente fra tutti i cittadini.
Sabato 8 maggio fu convocato il Consiglio Comunale in una corriera, dato che pioveva e non c’era altro posto per radunarsi. A questa prima riunione pubblica, cui seguirono tante altre, parteciparono molte persone desiderose di dare una mano, fra le quali i Capi Tendopoli nominati per le esigenze delle varie zone. C’era bisogno della collaborazione di tutti: “Ognuno lasci da parte i colori  fu detto  fino a quando non saranno ricostruite le case; dopo, ciascuno se le dipingerà con il colore più gradito” Molti accettarono subito questo invito e si dichiararono d’accordo anche sulla richiesta di baracche in legno, richiesta fatta il giorno dopo il terremoto, durante una intervista televisiva. Lo slogan “dalle tende alle case” non aveva senso. Era facile capire che un paese non si potesse ricostruire in pochi mesi, senza contare che il terremoto aveva colpito tanti altri comuni del Friuli.
Lunedì 10 maggio la sirena del Cartificio Ermolli riprese a suonare regolarmente i ritmi degli orari di lavoro. Le strutture murarie subirono gravi danni, ma per fortuna i macchinari rimasero indenni; e questo fu un motivo di vanto, e una fortuna, per i dipendenti che, con il sostegno morale e materiale dell’allora Presidente Dott. Marco Ermolli, seppero così velocemente rimettere in piedi la fabbrica, la fonte principale di vita e di sopravvivenza del paese.
Nel giardino delle scuole Medie venne piantata una tenda con la scritta “Municipio”. In via Roma venne allestito alla meglio un chiosco con quattro assi di legno: fu l’unico esercizio pubblico ad aprire i battenti e il suo servizio si protrasse per parecchi mesi. La latteria di Moggio Basso riprese la lavorazione due giorni dopo, ma molti allevatori furono costretti a trasferire il bestiame ai centri di raccolta appositamente istituiti. Le Banche e la Posta si sistemarono prima in tenda, poi in furgoni e roulottes. Qualche commerciante improvvisò un banco di vendita alla buona e cominciò ad accontentare i primi clienti. La farmacia trovò ospitalità sotto una tenda nei pressi del pronto soccorso della C.R.I. nell’accampamento degli alpini. Le suore di Maria Bambina raccolsero sotto un grande tendone i bambini della scuola materna. Per i fanciulli delle elementari si iniziarono attività integrative nelle varie tendopoli a cura degli insegnanti locali. Le Messe festive si celebrarono all’aperto presso le varie tendopoli. Anche il barbiere organizzò il suo salone in un box in lamiera. I Forestali della Scuola di Città Ducale di Latina, con grave rischio personale, provvidero al recupero di suppellettili alla popolazione e al recupero del prezioso patrimonio artistico delle tele del Grassi e dei dipinti della chiesa della Trasfigurazione di Moggio Basso, danneggiata in modo irreparabile.Gli Alpini in congedo delle nove Sezioni del Piemonte e della Valle d’Aosta piantarono a Moggio il Campo A.N.A. n.7 e con quasi 600 volontari si avvicendarono dal Giugno al Settembre in turni di lavoro per la riparazione delle case danneggiate. Le repliche sismiche del Settembre compromisero in parte il lavoro svolto con tanto entusiasmo durante l’estate dagli Alpini, ma la loro presenza servì a infondere coraggio e a far rifiorire la speranza nella rinascita. L’Immobiliare Centro Nord di S. Martino Buon Albergo ci inviò un prefabbricato che venne adibito a sede provvisoria del Comune in sostituzione della tenda, con grande sollievo degli Amministratori: in una baracca di legno si poteva lavorare meglio con notevole vantaggio anche per i cittadini La vita in paese riprese, anche se completamente cambiata. Ma la grande preoccupazione, nel corso dell’estate, fu quella di trovare una adeguata sistemazione per le famiglie prima del sopraggiungere dell’inverno. Non ricevendo segnali positivi dalle Autorità preposte circa l’assegnazione di prefabbricati (che avrebbero dovuto sostituire le tende) il Comune, con le offerte pervenute da ogni parte al conto “Baracche Terremotati” e con l’aiuto di volontari moggesi, dell’ A.Ge. e di tanti altri soccorritori, diede subito avvio alla costruzione delle prime casette in legno. A questa iniziativa si unì pure una giovane coppia di sposi di Purgessimo, Claudia e Lucio Zanon, venuti in viaggio di nozze a Moggio per portare aiuto e solidarietà alla nostra gente, condividendone per tre settimane i disagi. Una cinquantina di nostre persone anziane, dalla fine dell’estate e per oltre sette mesi, vennero accolte presso la Casa S.Maria di Vigolo Vattaro (TN) e amorevolmente assistite da alcune suore e da altre persone generose, fra cui i coniugi Giordani e la Sig.na Ester Endrizzi, che gratuitamente prestarono a turno i loro servizi e la loro preziosa collaborazione. Nel primo autunno arrivarono finalmente i prefabbricati della Regione, tanto richiesti e sospirati dalla nostra comunità, quanto incredibilmente demonizzati ad ogni livello fin dai primi giorni del terremoto. Grazie a quelle provvidenziali strutture, Moggio fu l’unico paese della zona terremotata che non conobbe l’esodo in massa verso il litorale adriatico, rimanendo una comunità viva e operosa sul proprio territorio anche durante l’inverno. Con il lavoro svolto in perfetta sintonia fra il Comune, la Parrocchia, le varie Associazioni e assieme all’opera preziosissima e insostituibile delle innumerevoli schiere di volontari accorsi anche dall’estero (Austria, Germania, Belgio, Svizzera, Olanda), fummo in grado, fin dall’inizio del 1977, di coinvolgere la popolazione nella prima delicata fase della ricostruzione. Ricostruzione che fu lunga e faticosa e che richiese uno sforzo imponente da parte di tutti. Determinante fu la linea comune saggiamente seguita anche dai politici della Regione F.V.G. , i quali fecero quadrato sia nella stesura delle leggi sulla ricostruzione che nella richiesta di contributi allo Stato. E fu una scelta vincente. Le autonomie locali vennero valorizzate in pieno. Lo Stato non si trattenne le competenze e le affidò alla Regione. E questa le passò ai sindaci, riconoscendoli come propri funzionari delegati. L’Amministrazione Comunale invitò i moggesi a costituirsi in cooperative, per meglio organizzare l’enorme mole di lavoro di riparazione delle case danneggiate e di ricostruzione di quelle distrutte Fu una scelta condivisa quasi da tutti, determinante ed opportuna per le innumerevoli difficoltà che il cittadino, da solo, avrebbe altrimenti dovuto superare. Preziosa fu l¹opera degli artigiani locali e del Consorzio Ricostruzione Friuli fin dal periodo dell’emergenza. I puntuali e adeguati contributi erogati dalla Regione ci diedero infine la possibilità di realizzare una ricostruzione corretta,aderente alla realtà,alle esigenze dei nostri concittadini e nel pieno rispetto delle tradizioni e della cultura locale. Di grande aiuto ci furono anche le iniziative private e di vari Enti. Un gruppo di amici lombardi coordinati dall’ing. Gianfranco Stella, ci costruirono la scuola Materna,inaugurata a tempo di record il 2 ottobre 1976: fu il primo edificio in muratura del dopo terremoto. La Caritas Tridentina propose ad ogni parrocchia della Diocesi di Trento un particolare gemellaggio con una o più famiglie della nostra comunità, assicurando un valido aiuto per l’allestimento del prefabbricato, per la riparazione della casa o per la ricostruzione di una nuova. Una splendida iniziativa, magistralmente coordinata da Mons. Tullio Endrizzi e da Mons. Adriano Caneva e dal parroco di Rabbi Don Rinaldo Binelli: un meraviglioso ponte che unì due popolazioni affini; un grande cuore di montanari che battè all’unisono. L’AIPCA di Udine, per interessamento dell’ing. Chizzola, ci fece dono di un “Ristorante” costruito nei pressi del campo sportivo e che rimase per molti anni l’unico posto di ristoro del paese. La Caritas della Germania ci costruì il Centro Sociale, che fin dal dicembre 1976 ci permise di assistere, al riparo dal freddo, alle funzioni religiose e di discutere con la gente i problemi della ricostruzione. Nel prefabbricato ambulatorio “Giovanni Ancarani” provvidenzialmente donatoci dall’Istituto Leone XIII di Milano, i Medici - dentisti Amici di Brugg, per desiderio del Dott. Augusto Biaggi e per iniziativa del Dott. Daniele Mareschi, organizzarono un servizio gratuito di prevenzione e cura, che durò per ben dieci anni, a favore dei bambini di Moggio e di altri Comuni della zona, con interventi anche per gli adulti nei casi urgenti, amorevolmente accolti dall’infaticabile Suor Sofia. La ditta Della Valentina , che costruì una buona parte dei prefabbricati su incarico della Regione, ce ne offrì uno nel villaggio Bersaglio che venne adibito a Bar. In seguito vennero ricostruite le scuole Elementari e la chiesa di Moggio Basso; riparato ed ampliato il Municipio con nuovo parcheggio a monte; ultimata la Casa di Riposo, i cui lavori furono iniziati prima del sisma; ristrutturati il centro storico dell’Abbazia, le chiese di Dordolla e Ovedasso e le scuole Medie; costruito il nuovo acquedotto; rifatta la canalizzazione del Rio Aar; sistemate e ricostruite vie e piazze nel centro e nelle frazioni con centinaia di case ricostruite o riparate. Anche per Moggio, in Italia e all’Estero, si parlò e si parla tutt’ora del “modello Friuli”, cioè di una ricostruzione efficiente, rapida e senza sprechi.
A trent”anni da quella terribile notte, rivolgiamo un deferente pensiero alle vittime del terremoto e ai loro familiari. Un rinnovato ringraziamento alle numerose Associazioni, Comuni, Enti e Ditte che ci sostennero moralmente e materialmente e soprattutto ai numerosissimi volontari che, sacrificando vacanze e interessi personali, vennero a Moggio nel periodo cruciale dell’emergenza e in quello più lungo della ricostruzione. Impossibilitati ad elencarli singolarmente, come sarebbe nostro vivo desiderio, rivolgiamo un grato ricordo agli amici gemellati di Moggio Valsassina e dell’omonima Valle; agli amici del Cantone di S. Gallo in Svizzera; al personale della C.R.I.; ai volontari del recupero dei preziosi volumi della biblioteca abbaziale; ai Vigili del Fuoco, al Soccorso Alpino e alle Guardie Forestali; ai giovani di Comunione e Liberazione; al Gruppo ANA di Sale e a quello di Fagnano Olona; ai vari Reparti Scout; ai Gruppi delle Parrocchie di Milano e di quelle di varie Regioni; ai Soci di molte sezioni del C.A.I.; agli alìpinisti dell’Alpen Verrein di Villaco, il cui soccorso, per la costruzione delle casette in legno nel Capoluogo e nella Vall’Aupa, si protrasse fino all’inizio dell’inverno; ai Salesiani di Gorizia, nonché alla infaticabile maestra Mariella di Torino che continua ancora ad interessarsi ai nostri problemi.
Grazie a questi aiuti e al provvidenziale sostegno morale ricevuto, il traguardo della rinascita del paese, dopo lunghi anni di sacrifici e di privazioni, è stato raggiunto e ogni famiglia si è trovata attorno al suo ricostruito focolare domestico, meta e cardine, da sempre, della nostra gente friulana. Il terremoto ci portò lutti e rovine, sacrifici e privazioni, ma ci fece trovare anche molti Amici, il cui affetto permane ancora vivo e riconoscente nel cuore di tanti moggesi.

Carlo Treu  Sindaco di Moggio nel periodo del terremoto.

Elsa Treu, ventitreenne laureanda in lettere, giovane entusiasta della vita, impegnata nel sociale e nell’attività ecumenica diocesana e nazionale, sportiva e appassionata di pallavolo. Con i genitori era giunta nel pomeriggio da Udine, dove abitava. Stava studiando nella casa di Via Zardini in attesa che il padre rientrasse da una riunione in Comune. Nel tentativo di trovare riparo all’aperto, assieme alla madre, fu travolta dalle macerie. Per Elsa vana fu la corsa durante la notte all’Ospedale di Udine, dove giunse,purtroppo, senza vita.

Umberto Sartori, non ancora ventenne, giovane sportivo appartenente al Gruppo Atletica Moggese e all’Associazione Calcio Moggese, esuberante ed allegro, in attesa di partire per il servizio di leva, stava trascorrendo la serata con gli amici presso un locale di Moggio Alto; uscì precipitosamente per rientrare in casa alla ricerca dei genitori. Venne colpito alla testa da una sasso. Soccorso e trasportato all’Ospedale di Udine,

Moggio ricostruito. (foto: Cristiano Pugnetti)
 
Torna ai contenuti | Torna al menu